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Ricordo di Marcella Balconi di Nanni Omodeo Zorini
Anche quell'anno avevano in programma di organizzare, col Movimento di Cooperazione Educativa, un corso di preparazione al concorso magistrale. In collaborazione con il sindacato Cgil scuola pianificavamo e programmavamo una serie di incontri. Per le relazioni/lezioni potevamo contare prevalentemente sulle nostre competenze interne di direttori didattici e insegnanti. In qualche caso osavamo tentare di coinvolgere qualche figura esterna di particolare prestigio. Quell'anno ci venne l'idea di provare a chiedere un contributo a Marcella. Quando riuscii a contattarla telefonicamente ci mise qualche istante prima di trovarmi un buco per un colloquio.
Nel suo studio mi accolse con un sorriso aperto: "... sai, tu eri quel bambino che il fratello maggiore voleva buttare dalla finestra appena era nato; dimmi...". Quando ebbe ascoltata la nostra proposta, si mostrò subito disponibile, pur aggiungendo: "non so che cosa potrei dire alle vostre insegnanti; credo che loro avrebbero molte cose da insegnare a me...".
Aveva un'aria solo apparentemente ruvida; sul suo volto abbellito dalle rughe dell'età, balenava uno sguardo discreto e insieme curioso, attento, profondamente partecipato. Guardandola ti sentivi a casa tua.
Il giorno dell'intervento si presentò con la sua abituale aria dimessa. Il salone della camera del lavoro brulicava di candidati al concorso, prevalentemente donne e ragazze.
Diede una occhiata panoramica alla platea, poi, con il suo tono un po' roco per le sigarette cominciò a parlare con la sua voce calda e coinvolgente.
"Credo di non avere molto da insegnarvi; voi di certo potrete insegnare molte cose a me...". Coinvolse subito una delle insegnanti che stava in prima fila. "Raccontami tu qualcosa, per favore...".
L'approccio, per quanto imprevisto, risultò molto efficace. Quasi schernendosi l'interpellata cominciò a raccontare qualcosa, della sua esperienza, di qualche bambino particolare, di qualche problema che aveva incontrato....
La platea partecipava molto attenta; subito qualche altra insegnante fece un cenno con la mano per dire qualcosa del suo vissuto di insegnante.
Io stavo seduto a fianco di Marcella; ero rimasto abbastanza disorientato dal suo approccio; in genere eravamo abituati a preparare interventi molto dettagliati, corredati di scalette, schemi concettuali, sintesi di appunti, bibliografie.
Restavo in sur-place, respirando il clima e l'atmosfera che si erano andati instaurando. Mi sarei aspettato che prima o poi mi passasse dei fogli da riprodurre, fotocopiare e distribuire.
Si era creata una dimensione di terapia di gruppo, in cui la dimensione relazionale e della comunicazione erano essenziali. Non c'era nessuno con la pretesa di insegnare qualcosa a qualcun altro. Circolavano messaggi, frammenti di vissuti professionali, dubbi e ansie, che la voce partecipata di Marcella, il suo sguardo accogliente e il suo profilo antico andavano incanalando, stimolando e rilanciando a tutti.
Rimasi a lungo in sospeso. Non riuscivo ancora a prevedere l'epilogo di quella lezione/relazione atipica. In effetti si stava svolgendo un percorso partecipato che stava alla base ed era l'humus di un movimento di pedagogia popolare, come quello che eravamo noi.
Solo quando mancava poco al termine previsto, lo sguardo di Marcella smise di interrogare la platea. Si fece un profondo silenzio per qualche istante. Poi venne la sintesi, la conclusione.
"In effetti, come dicevi tu poco fa, il bambino...", attaccò rivolta ad una maestra; e continuò così. Riuscì a collegare tutti i vissuti accorati che si erano espressi. Con una regia delicata e molto rispettosa, ricostruì tutto quanto era stato detto apparentemente in modo casuale. Delineò con poche parole asciutte ed essenziali un filo conduttore. Riuscì a dare un senso a quella seduta di autocoscienza pedagogica.
"Vedete, la relazione che il mio amico Nanni mi aveva chiesto, l'avete in sostanza fatta voi. Insegnandomi molte cose che non conoscevo; confermandomi su altre. Vi ringrazio e mi auguro che possiate presto insegnare stabilmente nella scuola. I bambini hanno bisogno di persone autentiche, attente alla loro realtà, disponibili e profondamente umane."
Cercò di guadagnare poi l'uscita per accendersi un immancabile sigaretta, ma fu bloccata un'infinità di volte, stringendo mani e scambiando parole e sorrisi.
Quando torno nella mente al pensiero di Marcella Balconi, me la rivedo così; con quella sua aria un po' schiva, e insieme con quella sua presenza imponente, aperta, accogliente e profondamente partecipata.
Come sempre capita le figure davvero significative nella nostra formazione personale, i veri maestri, sono quelli che lasciano un'impronta indelebile, un imprinting definitivo, un segno profondo. Al di là forse del dettaglio delle loro parole. Per questo mi sento e mi sentirò sempre profondamente legato a questa donna splendida. I limiti del tempo non possono mai cancellare le persone essenziali, per me, per tutti coloro che le hanno conosciute o incontrate. "Il maestro è nell'anima" diceva in una sua canzone Paolo Conte.
Nessuna celebrazione, quindi, per me. Solo un profondo ricordo radicato; una presenza attiva e costante per il nostro vivere quotidiano.